Sante Babolin

filosofia della cultura - estetica - semiotica - spiritualità cristiana

Elenco

I lineamenti del sublime

Considero il volto e la maschera come metafore riferite alla liberta dell’uomo, alla sua capacità di riconoscere la sua identità e di darsi un volto; e questo non si può fare ignorando la maschera, anzi senza fare i conti con la seduzione o necessità della maschera: volto e maschera sembrano richiamarsi reciprocamente, come la luce verso il buio e il bene verso il male. Paolo, nella sua Lettera ai Romani scrive: “quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (7, 21); qualcosa di simile avviene quando cerchiamo di darci un volto. Sembra che il volto richieda una maschera, almeno come riserva. In questa situazione, che può diventare drammatica, è all’opera la libertà, nostra e quella degli altri. L’uomo è quindi sospeso tra volto e maschera, tra essere se stesso come vuole esserlo oppure fingere di essere quello che non è o non vuole essere.

Identità umana

All’uomo va riconosciuta una tale individualità per la cui pensabilità non è possibile ignorare la corporeità; e la prima espressione di tale individualità è il nome, che permette ad ogni uomo di essere riconosciuto nella sua costitutiva dignità.

1. Dal nome al volto

Nell’uso della mano il tatto rivela la sua natura di senso attivo, che prende iniziativa sull’oggetto, mentre per gli altri sensi succede il contrario: la luce, i suoni, gli odori ed anche i sapori, in una certa misura, sorprendono i loro organi di senso. Nella mano la conoscenza può diventare potere e volontà di possesso; nel volto, diventa sorpresa, stupore, consenso e dissenso: il volto è la parte più vulnerabile del nostro corpo, sempre nuda ed esposta ad ogni impressione.

2. Simbolica del volto

Il volto è l’identità visibile e personale di ogni uomo; visto di fronte, ha un significato fisico, prima ancora che psicologico e spirituale: la frontalità del volto esprime anche la vulnerabilità della nostra persona, che non può non scoprirsi nello sguardo e non può non impressionarsi nell’udito.

3. Simbolica della maschera

La maschera è un simbolo universale che sta al livello degli archetipi; e quasi sempre sta insieme con la danza e fa riferimento ad un mondo che sta oltre, anzi lo rende presente. Dal punto di vista individuale si direbbe che l’uomo comincia a darsi una maschera da quando impara a dire bugie. Tutti indossiamo tante maschere, però oggi, attraverso internet, diventa possibile uno straordinario mascheramento senza limiti.

Dramma dell’identità

Il fondamento della dignità dell’uomo è la libertà, intesa come capacità di amare; anche il conoscere è finalizzato all’amare: chi conosce, conosce per amare; chi ama, ama per amare. A questo punto s’impone una riflessione sulla libertà per approfondire il suo aspetto di dono e di conquista; e tento di farlo riferendomi a Bernardo di Chiaravalle e a Maurice Blondel, al mistico saggio e al filosofo che pregava.

1. Libertà immagine di Dio nell’uomo

La creazione dell’uomo, a immagine e somiglianza di Dio, è il fondamento di ogni antropologia cristiana; immagine e somiglianza, che giustificano la grandezza dell’uomo e ne costituiscono la natura spirituale e razionale; è da questa razionalità che emerge la nostra libertà.

2. Libertà ragione della ragione

Blondel inizia la sua Action (1893) con questa domanda: “Ha o non ha senso la vita umana, e l’uomo ha un destino?”. Per rispondere alla domanda sul senso della vita, bisogna riprendere la riflessione sull’esperienza vissuta dall’uomo; per rispondere alla domanda sul destino dell’uomo, bisogna riprendere la riflessione sull’essere costitutivo dell’uomo. Blondel assume la visione dell’homo triplex di Bernardo, però accentuandone la dimensione finalistica, per cui la materia è ciò che è vivificabile, l’anima è ciò che è spiritualizzabile e lo spirito è ciò che è divinizzabile.

Volto umano

Ogni uomo, che voglia darsi un volto, deve affrontare un’ascesi, ossia scoprire e seguire un suo cammino formativo con l’obiettivo di acquisire una personalità che si regga dall’interno. Questo significa avere cura di tutto se stesso: corpo, anima e spirito; e il senso, che egli saprà dare alla sua esistenza, riposerà nel suo spirito e da lì si rifletterà come luce negli occhi e illuminerà dal di dentro il suo volto. Per questo il volto visibile dell’uomo sarà espressione del suo volto interiore, di quel orientamento di vita, unitario e coerente, che riuscirà ad imprimere alla sua personale esistenza. Però come la ricerca di un volto ci obbliga a fare i conti con la maschera, così la ricerca dello splendore ci obbliga a fare i conti con l’oscurità, e la ricerca del bello mi obbliga a misurarci con il brutto. Ecco i termini della scelta: da una parte il volto, il senso, la luce, il bello; dall’altra: la maschera, il nonsenso, l’oscurità, il brutto. Questo sembra essere il destino dell’uomo a motivo della sua libertà: acquisire il volto superando l’insidia della maschera, il bello superando il brutto e il bene eliminando il male.

1. Volto sublime

Anche la filosofia antica, soprattutto con Platone e Plotino, e moderna, in particolare con Kant e Schiller, si accorse di questa situazione dell’uomo, inquietamente creativo nell’amore e nell’arte, e maturò interessanti riflessioni sul sublime, inteso come forza dionisiaca dello spirito, che rende interminabile la ricerca del nostro splendore. Allora si dovrà riconoscere che il sublime edifica la persona, la stimola all’uso della libertà e dell’immaginazione, inserendola come protagonista spirituale nel decorso della storia e rendendola capace di assumerne il dramma dell’esistenza, che può diventare purtroppo anche tragedia.

2. Volto immortale

A questo punto appare evidente che la bellezza dell’uomo è collegata con il suo destino immortale; si direbbe che l’uomo, pur non essendo Dio, è chiamato ad esserlo. Il riferimento alla visione cristiana dell’uomo è quasi inevitabile. Nel pensiero giudeo-cristiano l’uomo è un essere vivente, una sinergia di materia e spirito, creato a immagine e somiglianza di Dio, capace di svelare il senso della creazione, predestinato ad essere conforme all’immagine del Figlio di Dio e ad assumere un volto simile al suo. In questa antropologia il destino dell’uomo sembra mescolarsi, per così dire, con lo stesso “destino” di Dio, suo creatore; l’attività creatrice, con cui l’uomo si attua fino al suo compimento, diventa azione teandrica; e la stessa perfezione dell’uomo si fa pienezza teandrica.

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